MUSEO D'ARTE
COSTANTINO BARBELLA
   
 
 
ARTE SECC. XIX - XX  
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MUSEO D'ARTE C. BARBELLA
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  Vincenzo Gemito
(Napoli 1852 - ivi 9/3/1929)
 

 
Molto si è scritto sulla singolare esistenza di V. Gemito che nacque a Napoli nel 1852 da ignoti che lo lasciarono presso la Pia Casa dell'Annunziata. Gli fece da madre Giuseppina Baratta che gli assicurò, seppure in fitta miseria, la vita nella prima infanzia. Alla tenera età di nove anni si presentò allo scultore Emmanuele Caggiano che lo prese a lavorare e a vivere con sé. Qui Gemito cominciò a disegnare, copiando i modelli in gesso dell'anziano scultore. Rimase poco alle dipendenze del Caggiano; una caduta accidentale da una scala, su cui si esibiva imitando i contorcimenti di una acrobata ammirato al circo, gli provocò un grave trauma.

Dopo la guarigione rientrò nello studio di Caggiano ma, poco dopo, sparì. Accolto successivamente, nel 1864, a dodici anni, presso lo studio dello scultore Stanislao Lista, rimase anche li ben poco, eleggendo infine il suo primo studio in uno stanzone abbandonato di S. Andrea delle Dame, diviso con l'amico Antonio Mancini.

Durante l'apprendistato presso il Lista partecipò ad un concorso per la statua di Bruto indetto dalla Società Promotrice di Belle Arti: il suo bozzetto, che ottenne il consenso di D. Morelli, non venne premiato, ma gli fu chiesto di tradurlo in marmo, materiale per il quale Gemito nutriva avversione in quanto non gli permetteva quella rapidità d'esecuzione che tanto fa brillare per eccezionalità la sua opera. Nel 1868, a sedici anni, modellò il ritratto di Mancini ed il Giocatore, esposto poi alla Promotrice di Napoli ed acquistato dal Re (Museo di Capodimonte). Dal 1873 al 1880 sono gli anni più gloriosi. Cambiò studio, incontrò Mariano Fortuny, si unì all'affascinante Matilde Duffaud, amica di un antiquario francese, suo vicino di casa. Di questi anni sono i ritratti di Fortuny, di Morelli e di F.P. Michetti; del 1876 è il Pescatorello che ottenne un grandioso successo al Salon del '77. Il modellato di Gemito, nel panorama della scultura dell'Ottocento, si contrappone nettamente, nella sua naturalezza istintiva, a qualunque dogmatismo accademico ed anche il rapporto con la scultura ellenistica, certo il più esplicito, rispetto all'influenza di artisti contemporanei, da Morelli e Degas, da Michetti a Mancini, è totalmente rivissuto in piena autonomia espressiva e non diventa mai imitazione.

Se Gemito comprese la linea di ricerca innovativa di Medardo Rosso, questo non lo portò mai a deviare dalla possibilità tutta sua di «chiudere» la figura né ad abbandonare la capacità di investire il modello di tutta l'energia a lui possibile salvandone sempre la compiutezza delle forme. O, come è stato detto, è il modellato di «un uomo trasmesso da un'epoca ad un'altra» del «delegato della Grecia del quinto secolo presso la Napoli dell'Ottocento» (Savinio) . Quelli dal '77 all'80 sono anni di grande trasformazione segnati dal suo soggiorno parigino che tanto slancio diede alla sua attività di ritrattista consolidando la sua indiscutibile notorietà. Nell'81, anche in seguito alla morte della Duffaud ritornò a Napoli trovando conforto in Anna Cutolo, la sua migliore modella, e nel lavoro: di questo periodo napoletano sono la Carmela, la Zingara Maria, il Narciso, il famosissimo Acquaiolo ed il Filosofo con il quale vinse il primo premio all'Esposizione Internazionale di Parigi.

Nella seconda metà degli anni '80 due fatti in particolare incrinarono l'equilibrio mentale di Gemito che, come è noto, ha di fronte a sé anni di profonda crisi: la morte di Anna Cutolo, divenuta sua moglie, e lo scontro interiore nato con l'ordinazione della statua di Carlo V per una nicchia della facciata del Palazzo Reale di Napoli. L'impegno per questo lavoro aggravò la crisi che si era aperta nella vita di Gemito: era un tema del tutto estraneo alla sua visione della vita popolata di figure semplici, soggetti quotidiani, giovinetti e pescatorelli. Gemito realizzò questo soggetto storico, grazie anche all'aiuto del Meissonnier, in gesso, poi tradotto in marmo da un artigiano: il destino volle che il mediocre scultore cui fu affidata l'esecuzione fosse il fratello del Questore di Napoli, sicché un gesto violento di Gemito contro la statua finita, che non gli parve degna, gli costò il ricovero in una casa di salute. Dalla casa di cura fuggì, rifugiandosi nella sua modesta dimora in via Tasso a Napoli, affondando in un lavoro da cesellatore per un «trionfo da tavola» in argento per il Re Umberto I, rimasto poi incompiuto. Dalla volontaria segregazione, non uscì se non saltuariamente, per ben venti anni alternando momenti di lavoro a periodi di solitaria follia (di questo arco di tempo si hanno soprattutto splendidi disegni). Nel 1906 si rimise al lavoro realizzando opere di oreficeria cercando di ottenere uno studio a Roma in Castel Sant'Angelo. Del 1926 è l'ultima scultura: il ritratto dell'attore Raffaele Viviani. All'età di settantasette anni Gemito morì a Napoli il primo marzo 1929.

Carlo Cusatelli

GUARDASCIONE, 1828; SIVIERO, 1933; SAVINIO, 1938; BELLONZI, 1952; GUIDA, 1952; MALTESE, 1960, PP. 256-259; MARCHIORI, 1960, PP. 125-143; CAUSA, 1966; Diz. Enc. Bolaffi, 1972, ad vocem, pp. 164-167; V. Gemito, Cat., Spoleto, 1990.

 
       

 
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