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tempera su tavola, cm. 147 x 51
1510-1515
Provenienza: Convento di S. Angelo d'Ocre presso Fossa (AQ)
Proprietà: Comune di Chieti
Il pannello, inserito in una cornice di epoca posteriore, raffigura un Santo martire francescano vestito di un saio grigio con un libro aperto nella mano sinistra e la palma, simbolo del martirio, nella destra; il fondo è campito da un cielo blu intenso a stelle d'oro. Il dipinto proviene dal convento di S. Angelo d'Ocre presso Fossa (AQ), analogamente alla tavola con S. Elisabetta ora al Museo dell'Aquila, ed è probabile che entrambi appartenessero ad uno stesso organismo pittorico. Le vicende critiche della più nota S. Elisabetta illuminano di riflesso il Santo francescano, rimasto inedito fino agli anni '50. La S. Elisabetta assegnata dal Chini (1912, pp. 59-60) e successivamente dal Serra (1929, p. 93) e dalla Gabrielli (1934, p. 46) a Sebastiano di Cola da Casentino, gli fu sottratta dal Bologna (1950, p. 89) che, collegandola al pannello di Chieti come parte di uno stesso complesso, vi scorse echi della maniera di Fiorenzo di Lorenzo; tale indicazione fu accolta dal Matthiae (1959, p. 23). Sulla scia del Van Marle (1934, XV, p. 224), che in modo assai lungimirante aveva assegnato la S. Elisabetta a Francesco daMontereale, il Moretti (1968, p. 127) la attribuì, congiuntamente alla tavola di Chieti, alla prima fase di questo pittore fra il 1510 e il 1515; attribuzione poi ripresa dal Cannatà (1981, p. 68) che, nel ridisegnare la fisionomia artistica del maestro aquilano, le ha ritenute eseguite subito dopo l'Andata al Calvario già a Firenze, in Collezione Volterra.
Le due tavole sono fra le più interessanti della pittura aquilana del primo Cinquecento e della intera produzione del da Montereale che, nei lavori di piccole dimensioni, toccò i suoi più alti raggiungimenti, attento a rendere con meticolosa precisione i singoli dettagli dell'immagine. La sua pittura, maturata all'incrocio dell'ultima attività di Antoniazzo Romano e dei suggerimenti soprattutto cromatici del Pinturicchio, in questi pannelli conserva anche il ricordo di opere di Cola dell'Amatrice. Dei due pezzi la S. Elisabetta - di cui il da Montereale fornisce una replica affievolita ed impacciata nella Santa francescana della Resurrezione dipinta su uno degli sportelli già in S. Angelo d'Ocre ed ora al Museo dell'Aquila - è il migliore, nella morbida eleganza del panneggio cartaceo. D'altro canto lo stretto legame che unisce le due tavole è attestato dalla quasi identità di certi particolari fisionomici - naso, bocca, mento, taglio del viso - dall'analoga tendenza a disegnare panneggi ampi e voluminosi e dal loro raffinato cangiantismo. Oltre alle menzionate ragioni stilistiche, l'appartenenza dei due pannelli ad un unico complesso sembra avvalorata dalla provenienza dal medesimo convento e dall'analogo uso del fondo blu a stelle d'oro. Invero le attuali minori dimensioni della S. Elisabetta - cm. 103 x 53 rispetto ai cm. 147 x 51 del Santo francescano - anche in considerazione delle differenti vicende subite dai due dipinti confluiti in sedi museali diverse, si possono spiegare ipotizzando una decurtazione del primo pannello. L'originaria destinazione dei due pezzi al convento di S. Angelo d'Ocre, passato dalle monache benedettine ai Francescani intorno agli ultimi decenni del XV secolo, è confermata dai santi francescani effigiati, ad ulteriore riprova che la maggior parte delle commissioni vennero a Francesco da Montereale proprio dall'ordine francescano.
CHINI, 1912, PP. 59-60; THIEME BECKER, 1907-1947 (1968), XII, P. 308; SERRA, 1929, P. 23; GABRIELLI, 1934, PP. 46-47; VAN MARLE, 1934, XV, PP. 224, 226 fig. 140; BOLOGNA, 1950, P. 89; MATTIHAE, 1959, P. 23; MORETTI, 1968, P. 127; CANNATA'; 1981, P. 68.
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