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affresco, cm. 68 x 100
primi decenni del XVI secolo
Provenienza: Chieti, Cripta della Cattedrale
Proprietà: Comune di Chieti
L'affresco, venuto alla luce nel 1859 (Album Pittorico, 1859, p. 8), in seguito allo sgombro dei calcinacci di una volta della cripta della Cattedrale di Chieti, sulla parete di una cappella adiacente all'abside, fu staccato con ogni probabilità verso la fine del secolo scorso durante i restauri della cripta promossi da monsignor Ruffo Scilla ed in quella occasione entrò a far parte del costituendo Museo Civico; successivamente è stato trasportato su tela. Il dipinto rappresenta la Madonna con il Bambino: la Vergine, in tunica rossa e manto marrone seduta su di un blocco lapideo squadrato, ha le mani giunte in atto di adorazione verso il Figlio che, nudo e in piedi, con la mano destra benedice e nella sinistra reca il globo, simbolo del mondo. Alle spalle, in luogo del consueto dossale del trono, è dipinto un drappo ai lati del quale corre un muro con bugnato a punta di diamante e sullo sfondo a destra un paesaggio marino con un veliero ed una riva rocciosa. L'affresco è stato tradizionalmente attribuito dalla scarna storiografia locale alla scuola di Antonio Solario detto lo Zingaro (Aurini, 1917, p. 10; Verlengia, 1954, p. 17), pittore di origine veneta ma documentato nell'Italia centro-meridionale fra il 1502 e il 1514 (Castelli, 1981, pp. 94-95). L'inattendibilità della biografia del pittore tramandataci dal De Dominici (1742, I, pp. 118-141) è stata ampiamente dimostrata, cosicché è certamente da respingere la notizia della sua nascita in una località del Chietino; parimenti frutto di una tradizione non documentata tardo-secentesca è l'attribuzione allo Zingaro degli affreschi cinquecenteschi dell'abside di S. Liberatore a Maiella, oggi staccati e disposti lungo la navatella destra della chiesa. Altresì i rimandi del nostro affresco, avanzati dal Verlengia (1954, pp. 14-15), al dipinto firmato di A. Solario raffigurante la Vergine, il Bambino e S. Giovannino, già nella Collezione Leuchtemberg di Pietroburgo ed ora alla National Gallery di Londra n. inv. 2503, risultano accettabili esclusivamente sul piano di una generica affinità tipologica del Bambino e del volto della Vergine; analogamente vale per il raffronto istituito dallo studioso (1954, p. 15) con un Putto che corre incontro alla madre nella Predicazione di S. Benedetto, affresco del frammentario ciclo del chiostro del Platano nella chiesa dei Ss. Severino e Sossio a Napoli, la cui paternità solariesca è, peraltro, ancora dibattuta. Va semmai notato il comune linguaggio veneto-adriatico che accomuna il nostro affresco ad altri due dipinti murali raffiguranti il Compianto su Cristo morto e il Crocifisso - ancora in situ nella cripta della Cattedrale - entrambi tradizionalmente assegnati alla scuola dello Zingaro. Tangenze sono, inoltre, ravvisabili con la grande tavola della Madonna in trono con il Bambino fra Santi conservata nel Museo Capitolare di Atri (TE), opera di un pittore adriatico di cultura veneta, vicino ai modi di A. Solario (Trubiani, 1983, p. 56).
L'affresco con la Madonna con il Bambino può dunque ritenersi eseguito da un pittore locale, nel quale la cultura sostanzialmente veneta risulta assorbita anche attraverso la conoscenza del linguaggio crivellesco, largamente penetrato dalle Marche in Abruzzo nel tardo XV secolo; nella costruzione linearistica e come disseccata delle forme piuttosto che volumetrico-coloristica secondo la più pura tradizione proto-cinquecentesca veneta, si può ravvisare una sorta di parallelo alle esperienze di un modesto epigono del Crivelli, il Maestro dei polittici crivelleschi, operoso fra L'Aquila e Chieti alcuni decenni prima. La matrice locale deIla sua formazione pittorica è palese pure nell'adozione dello schema piramidale del gruppo Vergine-Bambino, fortemente espanso nella parte inferiore, dedotto probabilmente dalla fortunata serie di sculture lignee e in terracotta di Silvestro dell'Aquila e dei suoi seguaci, diffuse in Abruzzo a partire dagli ultimi decenni del Quattrocento. Quanto ai possibili canali di penetrazione dell'arte veneta a Chieti, può essere utile rammentare che Colantonio Valignani, vescovo della città nella seconda metà del XV secolo, munifico verso la Cattedrale cui donò, fra l'altro, un calice di manifattura veneziana conservato nel Tesoro, ricoprì l'incarico di legato di Alfonso di Aragona presso la Repubblica di Venezia. L'affresco, riferibile ai primi decenni del XVI secolo, non è esente da ridipinture; in alto a sinistra sul drappo sono evidenti resti di una scritta posteriore.
DE DOMINICI, 1742, I, PP. 118-141; Album Pittorico Letterario, 1859, P. 8; Mostre, 1905, P. 1; AURINI, 1917, P. 10; VERLENGIA,1954, PP. 12-17; CASTELLI, 1981, PP 94-95; TRUBIANI, 1983, P. 56.
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