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affresco, cm. 242 x 235
quarto decennio del XV secolo
Provenienza: Chieti, Chiesa di S. Domenico
Proprietà: Provincia di Chieti
L'affresco, assai guasto, è diviso in due registri. In alto al centro un Santo vescovo in trono che tiene il pastorale della figura, quasi totalmente scomparsa, resta l'estremità inferiore delle vesti, i piedi e parte del baculo; si conserva, inoltre, il suppedaneo e parte del dossale del trono. A sinistra un altro Santo vescovo, riconoscibile per via della mitra, benedicente e con un libro in mano - è perduta la metà del volto e la spalla sinistra. A destra un personaggio - di cui si conservano solo le gambe avvolte dalle vesti - anch'egli probabilmente un vescovo a causa del pastorale che regge in mano. Il suolo è costituito da un pavimento verde a mattonelle romboidali dal disegno irregolare; lo sfondo, conservato per brevissimo tratto, è di colore azzurro. La composizione è inquadrata da una cornice ad archetti intrecciati e da fasce dipinte. In basso è raffigurata la Crocifissione fra quattro Santi: al centro il Crocifisso fra la Vergine e S. Giovanni; a sinistra e a destra due Santi domenicani, S. Tommaso con il giglio e S. Pietro martire con un coltello piantato nella schiena (Kaftal, 1965 (rist. an. 1986), coll. 1088; 904); alle estremità rispettivamente S. Lorenzo con la graticola - assai rovinata ma ancora leggibile - e S. Bartolomeo con il coltello in mano (Kaftal, 1965 (rist. an. 1986), coll. 664; 153). Il registro inferiore ricalca l'impaginazione di un polittico, con i pannelli laterali aggregati intorno alla tavola centrale; i quattro Santi, collocati entro un arco trilobo retto da colonnine tortili, convergono verso la Crocifissione. Evidente un certo squilibrio nell'organizzazione spaziale e nei rapporti proporzionali: infatti, per destinare lo spazio superiore, più ampio e di maggior respiro, al tema centrale della composizione - la solenne presentazione del Santo titolare fra altri santi - la Crocifissione viene eccezionalmente confinata in basso, in una sorta di innaturale predella. Il dipinto proviene da una cappella della chiesa di S. Domenico di Chieti. L'Aurini (1915, p. 3), citando l'affresco assai deteriorato, ricorda che, congiuntamente all'altro raffigurante l'Annunciazione e la Crocifissione (si veda la scheda n. I.4), fu staccato da R. Buttinelli sotto la direzione di A. Munoz all'indomani della demolizione della chiesa. Maggiore attenzione, seppure nella totale assenza di dati documentari, merita la menzione del Van Marle (1927, VIII, pp. 410-412, 417 fig. 264) che ipotizza che entrambi gli affreschi possano essere stati eseguiti da un certo Nardo di Andrea da Sulmona che, insieme a Giovanni di Amalfi, Alfonso di Cordova e Nicola Rubicano, avrebbe dipinto gli affreschi con le storie di Celestino V in S. Pietro a Maiella a Napoli e al quale re Ladislao nel 1407 concesse un diploma di familiarità (Bindi, 1883, pp. 186-188).
L'affresco da S. Domenico si inserisce di diritto nella pittura tardo-gotica che in territorio abruzzese vanta una cospicua serie di episodi, illustranti i raffinati canoni del gotico internazionale secondo una declinazione sovente dialettale: a testimoniarlo basterebbe il virtuosistico groviglio dei superstiti panneggi dei due Santi vescovi nel primo registro, la leggerezza e il serico cangiantismo delle vesti o l'impalpabile trasparentissimo perizoma del Cristo. L'anonimo pittore riecheggia da vicino l'espressionismo patetico dilagante nella produzione di Giovanni da Sulmona, che il Bologna correttamente ha provveduto a distinguere dal Maestro della Cappella Caldora, artista di più solida levatura (Bologna, 1987, pp. 20 n. 19 e 24 n. 20), con cui in passato il Carli lo aveva confuso (Carli, 1942, p. 194): valga per tutti il confronto fra l'accorata espressione della Vergine nella Crocifissione dell'affresco teatino e la tragica mimica dell'Addolorata su uno dei capicroce provenienti da S. Cesidio di Trasacco (AQ), ora al Museo Nazionale dell'Aquila (Matthiae, 1959, fig. 38). Nella restante parte del registro inferiore predomina un linguaggio più scontato nella manierata riproduzione delle figure dei Santi, imperturbabili e dallo sguardo un po' imbambolato, da riferire forse ad un collaboratore del Maestro principale.
L'affresco teatino è collocabile intorno al quarto decennio del XV secolo, prendendo come terminus post quem il 1435, data del tabernacolo firmato di Giovanni da Sulmona, già in S. Crisante ad Ortucchio ed oggi al Museo Civico di Sulmona (Carli, 1942, pp. 192 fig. 12 e 193-194). Una vastissima lacuna, che ha risparmiato gran parte della figura a sinistra e le estremità inferiori di quella centrale e destra, occupa il registro superiore; nel registro inferiore due modeste lacune interessano l'attacco e la conclusione ad archi trilobi. Numerose le cadute di colore.
BINDI, 1883, PP. 186-188; AURINI, 1915, P. 3; VAN MARLE, 1927, VIII, PP. 410-412, 417 fig. 264; CARLI, 1942, PP. 192 fig. 12, 193-194; MATTHIAE, 1959, fig. 38; KAFTAL, 1965 (rist. an. 1986), coll. 153, 664, 904, 1088; BOLOGNA, 1987, PP. 20 n. 19 e 24 n. 20.
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