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affresco, cm. 100 x 103 1452 (?)
Provenienza: Chieti, Chiesa di S. Domenico
Proprietà: Provincia di Chieti
L'affresco frammentario raffigura laMadonna in trono con il Bambino. La Vergine a mezza figura, seduta, indossa una veste rossa con tracce di ricami sul petto e un manto azzurro, in origine stellato e orlato d'oro, da cui spunta un velo bianco annodato sul davanti. Il Bambino, dalla chioma fulva e ricciuta, seduto sulle ginocchia della Madre che lo sostiene con entrambe le mani, veste una tunica aperta che lascia scoperte le membra paffute e si succhia l'indice della mano destra; assai vivace è la posizione delle gambe: interamente ripiegata quella sinistra, la destra è flessa a triangolo. Sullo sfondo una cortina il cui bordo superiore è costituito da una frangia filiforme e da fregi quadrilobi; l'affresco è circondato a sinistra e in alto da una cornice a fasce dipinte che dovevano continuare anche a destra e in basso, cosicché si può supporre che la sua estensione dovesse essere maggiore dell'attuale.
Il dipinto originariamente si trovava nel coro della chiesa di S. Domenico di Chieti. Durante la ricostruzione tardo -secentesca dell'edificio, allorché vennero demolite le antiche mura e il coro fuornato con tre grandi tele con scene della vita di S. Domenico, l'affresco fu trasportato nella cappella dedicata a S. Maria delle Grazie, posta sotto il patronato della famiglia de Riseis (Zecca, 1914, pp. 50-54). Ivi fu scoperto nel 1914, quando iniziarono i lavori di demolizione della chiesa (cfr. la scheda n. I.1); protetto da una vetrina apparve al di sotto di una tela e fu staccato in quell'occasione (Zecca, 1914, p. 98). Il restauro fu condotto da R. Buttinelli sotto la direzione di A. Munoz. Negli anni '70, insieme alla maiolica di Carmine Gentili (si veda la scheda n. II.15), fu donato dal conte Franco Rogadeo e dalla moglie Marianna de Riseis all'Amministrazione Provinciale di Chieti e così entrò a far parte del Museo Barbella. Oltre al contributo dello Zecca e al brevissimo accenno dell'Aurini (1915), il dipinto è sinteticamente citato anche dal Van Marle (1934, XV, p. 240) che, tuttavia, omette qualsiasi valutazione stilistica e cronologica.
L'affresco da S. Domenico mostra, a mio avviso, profonde affinità d'impianto, di tipi e di esecuzione con la produzione nota di Antonio di Atri, pittore attivo in Abruzzo dal 1373 - data dell'affresco firmato in S. Maria d'Arabona (PE) - ai primi anni del Quattrocento - quando presumibilmente dipinse la Crocifissione nel coro di S. Agostino di Penne (PE) (Mostarda, 1987, p. 96). Antonio, partito da una cultura gotica di stampo bolognese conosciuta probabilmente nelle vicine Marche, nel soggiorno aquilano, per il tramite dell'affascinante Maestro di S. Silvestro, si aprì alle correnti seneseggianti allora diffuse in larga parte dell'Italia centro -meridionale. Nella più tarda fase atriana - affreschi sui pilastri del duomo - il pittore sembra riaccostarsi alle cerchie marchigiane operose nel territorio di Ancona e di Camerino, riflettendo nella sua pittura vezzi e raffinatezze del gotico internazionale di radice appunto marchigiana (Bologna, 1983, pp. 62-63).
Nel dipinto teatino palesi sono le derivazioni da altre opere del Maestro atriano: la struttura compositiva della scena con la Vergine seduta sul trono, dove al posto del dossale si dispiega un drappo serico; il misurato avvicinarsi dei volti della Madre e del Figlio, il cui sguardo non si intreccia ma si volge verso lo spettatore; il tipo fisionomico di Maria e perfino gli abiti che indossa, un'antologia di motivi che rimandano alla serie delle Madonne con il Bambino di Antonio, da quella più arcaica di S. Maria d'Arabona a quella più tarda di Atri, senza tralasciare quelle aquilane di Collemaggio e di S. Amico (Mostarda, 1987, rispettivamente figg. 19, 21, 24 e 25). Desunto dalla lunetta di S. Amico è, senz'altro, il gesto, assai poco protocollare, del Bambino che si succhia il dito (Mostarda, 1987, fig. 25). Evidenti, inoltre, alcuni particolari "morelliani", propri del repertorio stilistico di Antonio: la sigla inconfondibile delle mani affusolate e lunghissime della Vergine; il padiglione dell'orecchio largo e ben rilevato; gli zigomi alti e tondeggianti; i caratteristici occhi allungati dalla palpebre un po' gonfie. Assai accattivante sarebbe l'ipotesi di assegnare l'affresco ad Antonio in persona, soprattutto se risultasse fondata la notizia riferita da alcuni studiosi locali che ancora nel 1433 il pittore avrebbe dipinto tre affreschi su una parete absidale del duomo di Atri (Bologna, 1983, p. 62). È probabile, tuttavia, che il nostro affresco si possa identificare con il dipinto ricordato dal Nicolino nel coro di S. Domenico, raffigurante la Vergine con il Bambino e Bernardo de Raymo, governatore delle Provincie d'Abruzzo, che lo avrebbe commissionato nel 1452 (?) se l'iscrizione che lo accompagnava è stata letta correttamente (Nicolino, 1657 (rist. an. 1967) pp. 175-176; Zecca, 1914, p. 99). L'affresco mostra alcune ridipinture negli angoli superiori sinistro e destro e nella zona inferiore; numerose le cadute di colore che interessano il fondo e le vesti della Vergine; frequenti anche le svelature della superficie pittorica, specie sul volto della Madonna e sul corpo del Bambino.
NICOLINO, 1657 (rist. an. 1967), PP. 175-176; BINDI, 1883, P. 52; ZECCA, 1914, PP. 50-56, 97-100; AURINI, 1915, P. 2; VAN MARLE, 1934, XV, P. 240; BOLOGNA, 1983, PP. 43-63; MOSTARDA, 1987, PP. 79-99; TORLONTANO, 1987, t. II, PP. 437, 445 n. 5; TORLONTANO, 1989, I, PP. 106-107.
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