MUSEO D'ARTE
COSTANTINO BARBELLA
   
   
 
  
IL MUSEO BARBELLA
PITTURA MEDIEVALE
ARTE SECC. XVI-XVII-XVIII
ARTE SECC. XIX-XX
BIBLIOGRAFIA
INDICE DEGLI ARTISTI
OPERE NON ESPOSTE
DONAZIONE P.-DEVLET
MAPPA DEL SITO
e-mail:barbella@muvi.ws
Informazioni
LA MAIOLICA IN ABRUZZO
NOTE BIOGRAFICHE
CATALOGO P.-DEVLET
MUSEO D'ARTE C. BARBELLA
Palazzo Martinetti - Bianchi
Via C. de Lollis, 10 - Chieti (Italia)
Tel. 0871.330873 - Fax: 0871.349961
http://www.muvi.org/museobarbella
 
   




È noto che il collezionismo privato è sempre stato fonte preziosa di incremento delle raccolte museali se non, addirittura, motivo di istituzione di un museo. Quante opere d'arte andrebbero perdute o irrimediabilmente rovinate se non intervenisse l'amatore che le raccoglie e conserva con passione? Ed ecco che per molti pezzi, a volte di gran pregio, giunge quel che si può chiamare «il viaggio di ritorno». È spesso un viaggio avventuroso, a volte ammantato di mistero, ma si avvale di una grande forza propulsiva: la naturale tendenza dell'uomo a recuperare, catalogare e conservare i documenti della storia e in particolar modo di quella della propria terra.

Il Museo Barbella di Chieti non si è sottratto a questa regola: si è formato, infatti, per la maggior parte, grazie a lasciti da parte di famiglie della città che hanno voluto in questo modo, conservare le memorie nei cittadini o salvare da sicura dispersione opere d'arte conservate nelle case. La più recente donazione al nostro Museo è stata quella del Prof.
Raffaele Paparella Treccia e della consorte Signora Margherita Devlet. Trattasi di un gruppo di pregevoli esemplari di maiolica di Castelli dei secoli XVI-XVIII, legato a questa Istituzione per onorare la memoria dei compianti coniugi teatini Giustino Paparella e Antonietta Martinetti-Bianchi, genitori e suoceri dei donanti rispettivamente. Si dà, peraltro, il caso che il donante abbia visto la luce nella stessa ala del Palazzo Martinetti che attualmente ospita il Museo Barbella. Come tutti i cultori di storia d'Abruzzo, il Prof. Paparella Treccia si è dedicato con particolare attenzione alla antica maiolica, nel tempo libero delle sollecitazione della sua professione di chirurgo ortepedico.

La fioritura della maiolica castellana deve essere ricercata in diversi fatti e circostanze quali, ad esempio, le conoscenze tecniche della scuola faentina molto ben recepite dalle maestranze abruzzesi già, comunque, preesistenti; le caratteristiche geografiche e morfologiche del territorio castellano, ricco di boschi, di acqua e di argilla, per arrivare, poi, alla committenza, raffinata e nobile, che seppe capire le nascoste predisposizioni dei maestri castellani. Fu così che l'arte ceramica di Castelli poté far fronte alla concorrenza delle già affermate scuole faentina e urbinate, inserendosi nella storia della produzione italiana e costituendone uno dei più importanti capitoli.

Per tornare alle maioliche della donazione Paparella-Devlet si può senz'altro dire che i «pezzi» sono una rappresentanza significativa della produzione castellana a partire dal XVI secolo. Due preziose «
crespine» attribuite ad Orazio Ponpei sono un valido esempio della originale produzione di questo artista che, pur risentendo, forse, ancora dell'influenza faentina, seppe staccarsene per dare alle proprie opere una fisionomia nuova, diversa e personale; sono, dunque, un esempio della prima espressione di indipendenza e individualità nel disegno e nel cromatismo. Con il XVII secolo e il trionfo del barocco l'arte castellana vive la sua stagione più fulgida con nomi di rango quali Francesco Grue, capostipite di una numerosa famiglia di ceramisti, rappresentato nella nostra collezione da due splendidi piatti, l'uno con scena di caccia, l'altro, firmato e datato, con scena di battaglia e una grande targa con soggetto sacro. Il particolare che rende notevole la produzione di questo artista è la lumeggiatura in oro. Altri pezzi altrettanto notevoli sono di Carlantonio Grue, figlio di Francesco, che è il nome di maggior spicco nell'arte castellana; fu artista eccellente per la morbidezza della pennellata, la varietà del colorito, la bellezza piena di grazia e di decoro, l'eleganza dei tipi, tutti elementi che si riscontrano pienamente nelle due coppie di vasi da pompa con scene religiose e mitiche, policrome e lumeggiate in oro, e il grande piatto con «Alessandro che riceve le chiavi della città da dignitari indiani» anch'esso policromo e lumeggiato in oro. Francesco Antonio Saverio Grue, figlio di Carlantonio, trattò una grande varietà di soggetti: sacri, profani, mitologici e storici; suo è il pregevole albarello con scena agreste. Ancora della famiglia Grue sono rappresentati, nelle opere della donazione, Anastasio, Aurelio con due preziose tavole con scene pastorali che si distinguono per l'uso delle tonalità grigiastre tipiche di questo artista; Liborio che lavorò spesso con il fratello Aurelio come nella coppia di vasi «a campana» con divinità marine, motivi floreali, figure e paesaggi; ed, infine, Saverio Grue presente con una grande targa con «Fetonte che chiede al padre Apollo di guidare il carro del sole», e con una coppia di fiasche con amorini e musici dipinti su fondo bianco, accostamento che aveva conosciuto nella manifattura della porcellana di Capodimonte e che volle trasferire nella maiolica.

Un'altra illustre famiglia rappresentata nella nostra raccolta è quella dei
Gentili. Di Carmine Gentili sono una mattonella con scena mitica e un tondo con «Gesù in vesti profane» in cui è evidente la tecnica ineccepibile, la pennellata vigorosa e la maestria nell'uso delle luci e delle ombre. Primo figlio di Carmine fu Giacomo Gentili che continuò l'arte del padre senza, però, raggiungerne l'altezza; suo è il piatto con scena pastorale; ed infine, Berardino, altro figlio di Carmine, presente nella raccolta con una mattonella dal tema «Zefiro e Flora».

Nella nostra collezione è presente anche la famiglia
Cappelletti con i fratelli Candeloro e Nicola. Candeloro Cappelletti trattò preferibilmente scene di caccia e di battaglia come nella interessante alzata con «Caccia al leone»; di Nicola, invece, è la mattonella con paesaggio fluviale, ruderi e figure. Infine ancora due nomi considerevoli dell'arte castellana: Silvio De Martinis che, come Saverio Grue, predilesse la decorazione su fondo bianco, di cui è una particolarisima brocca a due becchi, ed, a conclusione, Gesualdo Fuina anch'egli con un originale pezzo: «tazza da puerpera», esempio notevole dell'uso del colore rosso da lui introdotto nella gamma dei tipici colori castellani.

Come si è visto dalla breve, precedente, descrizione sono presenti nella raccolta donata dai Signori
Paparella Treccia-Devlet i maggiori nomi della ceramica castellana e di questi una quasi completa tipologia.

L'esposizione di questa pregevole collezione darà, certamente, nuovo prestigio al
Museo Barbella che vuole diventare sempre più un centro culturale dalle diverse sfaccettature (pittura, scultura, maiolica) e centro di documentazione e pubblica fruizione di importanti documenti dell'arte abruzzese. A conclusione sento il dovere di esprimere tutta la gratitudine delle Amministrazioni Provinciale e Comunale di Chieti ai Signori Paparella Treccia-Devlet per il munifico gesto che hanno voluto riservare al Museo Barbella.

Bianca Maria De Luca

       
   
   
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