MUSEO D'ARTE
COSTANTINO BARBELLA
   
   
 
  
IL MUSEO BARBELLA
PITTURA MEDIEVALE
ARTE SECC. XVI-XVII-XVIII
ARTE SECC. XIX-XX
BIBLIOGRAFIA
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e-mail:barbella@muvi.ws
Informazioni
MUSEO D'ARTE C. BARBELLA
Palazzo Martinetti - Bianchi
Via C. de Lollis, 10 - Chieti (Italia)
Tel. 0871.330873 - Fax: 0871.349961
http://www.muvi.org/museobarbella
 
   




Il settore più ampio del Museo Barbella è occupato dall'arte dell'Ottocento, un periodo felice per tutta la cultura abruzzese: accanto alla figura ritrosa e appartata di Filippo Palizzi, il gruppo vivace, nell'intreccio di amicizie e di lavoro, di Michetti, Barbella, D'Annunzio e Tosti. La fortuna che accompagnò le loro opere travalicò i ristretti limiti regionali: il successo riportato nelle mostre in Italia e all'estero, la celebrità arrisa alle romanze di Tosti, la multiforme personalità di D'Annunzio, procurarono al gruppo di abruzzesi ammirazione e consensi, particolarmente nell'ambiente della capitale.Le testimonianze, riportate da tanti storici e critici che si sono occupati di questi artisti, diventano illuminanti su una omogeneità culturale che affondava i suoi interessi, ed anche la sua alleanza di intenti, nella comune origine abruzzese in una attenzione precipua per il mondo agricolo pastorale, indagato nelle sue varie componenti. Le ricerche pittoriche di due artisti abruzzesi come Filippo Palizzi e Francesco Paolo Michetti, pur rientrando nel naturalismo ottocentesco, hanno esiti molto diversi: sappiamo quanto fosse importante per entrambi l'attenzione alla realtà, la realtà semplice e casta dei paesaggi, contadini, animali palizziani, una tematica esclusa, non certo perché priva di interesse emotivo e pittorico, nella formazione accademica degli artisti; di contro, gli stessi soggetti, assumono in Michetti, un vibrante cromatismo, ma diventano secondari rispetto a progetti ambiziosi, di opere grandiose che documentino in modo scrupoloso le caratteristiche usanze della sua terra. Questa scoperta procedeva, in Michetti, come è noto, attraverso l'uso della fotografia e le lastre fotografiche diventavano la prima veridica, tangibile immagine dei volti, dei costumi e delle tradizioni di quelle realtà religiose e contadine che Biancale definiva «l'Abruzzesismo sacro ed idolatro», sebbene già Sillani (1) ne facesse risalire l'accentuazione morbosa e drammatica, più a D'Annunzio che a Michetti. La fotografia era certo per Michetti una delle fasi sperimentali del suo lavoro che tanto lo appassionava da stupire lo stesso D'Annunzio: «A furia di studiare i processi per i quali la natura costruisce e fa apparire i corpi, egli è giunto a produrre, secondo quei processi medesimi, le forme che corrispondono all'anima umana» (2). Delle gite comuni in occasione di festività religiose e di pellegrinaggi, Barbella ricorda: «Si fissò di andare alla festa a Casal Bordino dove in una chiesa in aperta campagna vanno i fedeli in tante comitive per ringraziare il Santo che fu benigno a salvarli ed aiutarli. I pellegrinaggi bellissimi da tutte le parti d'Abruzzo concorrono. Michetti D'Annunzio ed io partimmo all'alba da Pescara per prendere il treno che conduceva la grande popolazione. Avevamo le macchine fotografiche per fare studi di costume. Michetti già pensava al Voto e D'Annunzio prendeva appunti per fare un libro. .» (3). E questa attenzione verso tutti gli aspetti della realtà che precedeva e accompagnava la realizzazione dell'opera si attuava attraverso prove, disegni, abbozzi, di cui anche il Museo di Chieti conserva due esempi, due singolari tracce del suo operare artistico: Le serpi e La benedizione dell'acquedotto di Chieti non sono infatti bozzetti ma il momento iniziale del lungo procedimento che precede la definizione dell'opera; tuttavia la ripartizione degli spazi, i momenti salienti della scena sono già presenti ed intorno ad essi, anzi alla loro «idea», opera progressivamente l'artista nelle fasi che ci sono note, appunti, bozzetti, fotografie di particolari, di figure e di massa, tutto finalizzando alla stesura definitiva. Nella stessa sala sono esposti alcuni ritratti michettiani di notevole qualità: si tratta del ritratto famoso dell'amico Barbella e di quello dell'ingegnere Sciucca, inquadrato sotto un vetro dipinto che diventa parte integrante dell'immagine. Michetti eseguì anche un ritratto dell'amico D'Annunzio, uno dei pochi ritratti del poeta, che si trova anch'esso nella raccolta. Il nucleo delle opere di Michetti presente nel Museo comprende anche alcuni altri quadri, acquerelli, carboncini, tempere e sculture in terracotta provenienti dalla collezione Puglielli, che ci mostrano quel naturalismo sereno e sentimentale che caratterizza le sue opere, non certo di minor impegno, condotte con una maniera semplice ed insieme sapiente, più vicina alle coeve esperienze francesi. La presenza di questi lavori di Michetti è molto interessante in questa sede anche perché offre la possibilità di un confronto con sue opere più celebri conservate in luoghi vicini della regione, a Francavilla (Gli storpi e Le serpi) e a Pescara (La figlia di Jorio).

Di un modo diverso di rapportarsi al vero, alla sua resa analitica ed amorosa, sono esempio le opere di
Palizzi qui esposte: una mucca, uno dei suoi famosissimi asinelli ed un disegno, Il ritiro di Orsogna, trattato con grande finezza di segno ed appartenente ai suoi taccuini. La dispersione di alcuni dei dieci taccuini, densi di appunti e disegni eseguiti durante i viaggi del pittore in Oriente e in molte città europee, taccuini precedentemente nella collezione Casella di Napoli, e ancora presenti, nel 1956, nel Museo (4), è motivo di rammarico per tutti gli studiosi. Della piccola raccolta di grafica fanno parte disegni di Quintilio Michetti nonché due disegni di D'Annunzio che costituiscono una rarità documentaria, in quanto, come indicato nelle schede in catalogo, risalgono alla sua giovinezza, quando, studente al collegio Cicognini di Prato, il futuro poeta eseguiva esercizi di composizione sulla nostra pittura rinascimentale. Il salone centrale del Museo è occupato dalla collezione di sculture di Barbella: bozzetti e gruppi plasmati in bronzo e perlopiù in terracotta, ci immettono nella folla composita e varia dei contadini abruzzesi: coppie di innamorati teneramente abbracciati o imbronciati, gruppi di giovinette e pastorelle descritte con amorosa cura per i loro costumi, contadinelli galanti, acuti e penetranti ritratti. Non siamo di fronte alle sculture cariche di energia di Vincenzo Gemito (pure presente con un autoritratto nel Museo), ma a scene ricche di istintiva felicità descrittiva che spiega la grande popolarità di questo versatile artista e la diffusione delle sue sculture in tutta l'Europa. Nell'ampia raccolta qui presente, è nettamente individuabile il ductus comune a Barbella e Michetti nella rappresentazione della civiltà contadina abruzzese al di là delle forzature verso la ricerca dell'elemento barbarico che accomunava invece Michetti a D'Annunzio. Oltre alle opere di Basilio Cascella, una delle quali mostra come fosse anch'egli affascinato dallo spettacolo della processione di Casalbordino, in un quadro datato 1896, artista stampatore e grafico, pittore di grandi ambizioni (si veda Il suono e il sonno, conservato nella Prefettura di Chieti), e capostipite di una famiglia di artisti, altre personalità, legate per origine o per attività all'Abruzzo con opere presenti nel Museo, si collocano nell'ambito della pittura storica, influenzati quindi dall'insegnamento di Domenico Morelli in quell'Accademia di Belle Arti di Napoli che tutti frequentarono. Si tratta di Ponticelli, Postiglione, Della Monica, Laccetti il cui colossale Christus imperat è conservato anch'esso in Prefettura.

Un altro piccolo omogeneo gruppo di opere è costituito dai quadri dei pittori della campagna romana
Carosi, Coromaldi e Coleman, artisti legati dall'amore per lo studio del vero, del paesaggio romano e dei suoi abitatori, contadini e mandrie in un ambiente ormai scomparso, la cui visione appare oggi ancor più nostalgica. La visita di queste sale ci offre dunque un panorama ricco e variato del naturalismo ottocentesco meridionale: sono infatti ben poche le opere d'impostazione diversa, simbolista e più tarda, come le piccole sculture di D'Antino e le prime opere di Spoltore. La conoscenza della produzione di questi artisti e la visita delle raccolte di Vasto e di Pescara e delle opere conservate nella cattedrale di Teramo, consente una rilettura complessiva di un periodo non del tutto indagato della nostra storia artistica regionale. Se infatti appare fondamentale il rapporto con l'Accademia di Belle Arti di Napoli, e le problematiche di Morelli e di Palizzi (ma anche di Cecioni!), informano tutta una generazione di artisti meridionali, ci si chiede se non esista una qualche peculiarità dell'Ottocento abruzzese: in questa ottica il personaggio D'Annunzio, nella sua fase francavillese e pescarese, e le opere di Michetti che gli sono più affini, dominate da un verismo d'effetto, diventano eccentriche rispetto a tutta la più vasta produzione artistica dello stesso Michetti o di Barbella o di altri, attenti al volto umano della realtà consuetudinaria ed alle sue caratterizzazioni locali, e senza l'impegno sociale per la tematica del lavoro, caratteristica invece di un altro artista abruzzese, Teofilo Patini. Avvicinandosi ai nostri giorni, le opere dei Cascella e di Spoltore sono già al di là di una classificazione regionale e si sono imposte all'attenzione dei critici in un circuito non solo italiano ma internazionale. Il Museo Barbella è anche ricco di opere contemporanee, quasi tutte provenienti dal Premio Michetti. Istituiti nel 1947, la mostra ed il premio ad essa collegati, hanno offerto nel giro di quarant'anni, un panorama articolato dall'arte italiana contemporanea ed ora, le opere qui raccolte ne portano la testimonianza. Se risulta impossibile tracciarne la storia che investe le più diverse tendenze figurative dal post-cubismo al tonalismo, dall'astrattismo all'informale, è però evidente che la presenza di queste opere, offre la possibilità di conoscere alcuni momenti salienti della nostra più recente cultura artistica. Come tali esse possono stimolare artisti e visitatori ad una maggiore attenzione verso le nuove forme di espressività, alcune già rapidamente «storicizzate» ed esaurite, altre ancora in divenire.

Bianca Saletti


1 T. SILLANI, 1932.
2 AAVV, D'Annunzio e la promozione delle arti, 1988, pag. 56
3 M. MIRAGLIA, 1975, pag. 29
4 F. VERLENGIA, 1956.

       
   
   
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