MUSEO D'ARTE
COSTANTINO BARBELLA
   
   
 
  
IL MUSEO BARBELLA
PITTURA MEDIEVALE
ARTE SECC. XVI-XVII-XVIII
ARTE SECC. XIX-XX
BIBLIOGRAFIA
INDICE DEGLI ARTISTI
OPERE NON ESPOSTE
DONAZIONE P.-DEVLET
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e-mail:barbella@muvi.ws
Informazioni
MUSEO D'ARTE C. BARBELLA
Palazzo Martinetti - Bianchi
Via C. de Lollis, 10 - Chieti (Italia)
Tel. 0871.330873 - Fax: 0871.349961
http://www.muvi.org/museobarbella
 
   




La collezione di oggetti d'arte dal XVI al XVIII secolo esposta nel Museo «C. Barbella» di Chieti è costituita da un consistente nucleo proveniente dalla collezione della famiglia teatina Selecchy, acquistata dal museo nel 1962; da un gruppetto di opere del pittore Nicola De Laurentiis, già proprietà della famiglia dell'artista; nonché da singole opere sia provenienti da edifici distrutti della stessa città, un tempo custodite presso i locali del palazzo comunale (e talvolta ancora oggi), sia frutto di donazioni da parte di privati o di acquisti sul mercato antiquario. Le opere provenienti direttamente dal territorio o illustranti aspetti della storia dell'arte abruzzese sono numericamente esigue, ma dimostrative dei fatti artistici locali. Il posto di onore deve essere riservato ai manufatti di maiolica di Castelli. La cittadina, in provincia di Teramo, ospita ateliers di ceramica, attivi ancor oggi, fin dal XV secolo, e la qualità dei prodotti ha sempre rivaleggiato con quella di centri forse più celebrati. Il Museo può esibire una targa, la Annunciazione, opera di Orazio Pompei datata 1557, che è da considerarsi una delle più antiche creazioni di livello artistico, e testimonianza dell'originalità della produzione castellana rispetto ad altre fabbriche italiane. L'uso di queste targhe per decorare le facciate delle case è stato dimostrato dalla targa raffigurante Madonna con Bambino firmata Orazio Pompei e datata 1551, posta sulla facciata della Casa Pompei a Castelli, purtroppo recentemente trafugata. Singolare e caratteristica è anche la produzione dei grandi pannelli tra XVII e XVIII secolo, che hanno la medesima funzione decorativa dei quadri e dai quadri talvolta mutuano il soggetto; nei casi di maggior felicità inventiva possono essere considerati opere d'arte vere e proprie. D'altra parte il pittore su maiolica non era affatto ignaro dei fatti artistici né incolto. È noto che aveva grande dimestichezza con le stampe che gli fornivano repertori di soggetti e di motivi, oltre a suggerimenti stilistici. Particolarmente apprezzate erano le stampe a soggetto pastorale di pittori olandesi, quali Nicolas Berchem (Harlem 1620 - Amsterdam 1683), di cui abbiamo esemplificazione nel Museo attraverso due targhe attribuibili ad uno dei maggiori pittori di maiolica del XVIII secolo, Francesco Antonio Saverio Grue, membro di una numerosa e antica stirpe che da sempre aveva esercitato quest'arte. Il riferimento ai grandi pittori italiani, e più precisamente ai Carracci, è avvertibile nella targa di autore anonimo appartenente alla scuola di Carmine Gentili raffigurante Il Ratto di Europa. E proprio Carmine Gentili (1678-1763), altro grande esponente della manifattura castellana e membro di una famiglia di pittori di maiolica, aveva dimostrato una notevole predilezione, evidente in diverse sue opere, per Annibale Carracci. Ma, nel Museo di Chieti, lo stesso Gentili ci mostra anche quanto fosse rapido l'aggiornamento sui fatti artistici nonostante il decentramento della cittadina di Castelli. Infatti la tavola a lui attribuita raffigurante S. Benedetto risuscita un fanciullo, datata 1750, è ripresa letterale della stampa incisa dal pittore francese Pierre Subleyras nel 1747 a riproduzione di un suo quadro, dipinto per il convento degli Olivetani di Perugia nel 1744 e trasferito a Roma, nella Chiesa di S. Francesca Romana, nel 1822. Poiché l'incisione è in controparte, mentre la tavola del Gentili non lo è, e poiché questi ha ricondotto l'abito dei monaci al colore nero proprio dei Benedettini, mentre nel quadro indossano le bianche tonache degli Olivetani (come nell'incisione del resto) viene naturale supporre che il Gentili avesse accesso ad una serie di notizie relative al quadro che possono essergli sì venute dalla committenza, di cui nulla sappiamo, ma che indubbiamente fanno riflettere sulla rapidità di circolazione delle novità in campo artistico. Vi sono poi una serie di piatti databili tra il XVIII secolo avanzato e gli inizi del XIX (Saturno, Venere, Donna con bimba in paesaggio) che attestano i rapporti tra Castelli e la manifattura di Capodimonte a Napoli. Molti dei ceramisti castellani si recarono nella capitale del Regno a prestare la loro opera, ed alcuni ricoprirono incarichi di prestigio. Gli scambi furono reciproci, ma nel caso dei piatti esaminati sembra che questa decorazione denominata «a figure grandi» sia arrivata a Napoli, dove ebbe grande fortuna, proprio da Castelli.

Le arti della pittura e del disegno sono rappresentate da esemplari di notevole qualità ad opera, in alcuni casi, di autori la cui produzione è ancora oggetto di studio e di definizione e che non è frequente incontrare. La città di Chieti è rappresentata da cinque opere di
Donato Teodoro e da tre dipinti e tre disegni di Nicola De Laurentiis, pittori che ebbero i propri natali nella città. Donato Teodoro appartiene al XVIII secolo ed è il miglior frutto di quella stagione artistica teatina. Pittore non particolarmente raffinato, appalesa quale fosse il relativo isolamento culturale dell'Abruzzo nel Settecento, nonostante dalla madre patria Napoli venissero a lavorare o inviassero le loro opere molti artisti di grande levatura. Ma è anche esempio significativo di quanto profonda sia stata l'influenza esercitata dalla pittura di Luca Giordano in tutto il meridione d'Italia. È tanto forte il fascino che emana dal Giordano che Donato Teodoro non esita, pur di seguirne le orme, ad apprenderne i principi di seconda mano attraverso l'assai meno noto Cenatiempo, pittore napoletano attivo a L'Aquila. E tutto il suo talento, non molto purtroppo, viene speso nel rendere giordanesche scene che ancora risentono fortemente del tardomanierismo, evidentemente ancora in qualche modo vitale, se anche Giovanni Battista Spinelli, pittore dalle oscure origini ma che operò e visse a Chieti fino alla seconda metà del XVII secolo, fu particolarmente attratto dalla grafica europea tardomanierista. Se Donato Teodoro ha avuto una produzione assai ampia, tuttora esistente sia a Chieti che nella regione, per Nicola De Laurentiis la situazione è completamente diversa. Almeno a nostra conoscenza, le opere del Museo sono tra le rare testimonianze della sua attività. È probabile che qualche sua tela ancora inedita si trovi tra Caserta e Napoli, ma non ci è stato possibile rintracciarla. Pittore di buona qualità e di rigoroso neoclassicismo ha svolto gran parte della sua carriera a Napoli, e per Napoli e Caserta ha dipinto le tele più importanti, ben accetto dalla corte ed amico dei maggiori pittori del tempo (Camuccini, Angelini). Su questo pittore restano da fare ancora molte indagini per rendere chiaro il suo percorso artistico, apparentemente lineare dalle opere note, ma che un disegno, l'unico pubblicato, Rebecca al pozzo (Napoli Museo di San Martino) copia del celeberrimo quadro del Solimena, anche se evidentemente lavoro di esercitazione, fa sospettare assai ricco di influssi e stimoli. Il resto della collezione di pittura è di stretta pertinenza napoletana, tranne una tela di cui vogliamo subito trattare. Si tratta di una copia ridotta del celebre dipinto del Domenichino, Autoritratto conservato agli Uffizi. L'originale è un dipinto assai problematico, che ha sollevato molti interrogativi sulla reale identità della persona raffigurata, se fosse o meno l'autoritratto del pittore. Questa copia, l'unica nota ad olio su tela, e che è stata acquistata sul mercato ha consentito di chiarire definitivamente l'identità della persona raffigurata. Si tratta di Francesco Angeloni, amico del pittore bolognese e segretario del cardinale Ippolito Aldobrandini junior e a sua volta mecenate dell'artista. La scheda relativa al dipinto è stata redatta in forma volutamente sintetica poiché l'identificazione del personaggio e l'ipotesi della paternità dell'autore che viene proposta (Antonino Barbalonga, allievo del Domenichino) hanno richiesto una serie di indagini la cui esposizione, necessariamente minuziosa mal si adattava ai fini di questo testo.

I dipinti di ambito napoletano appartenevano alla collezione
Selecchy, e sono veramente significativi della varietà di indirizzi presenti nella pittura partenopea tra XVII e XVIII secolo. Non manca ovviamente il nume tutelare della pittura napoletana, Luca Giordano, qui rappresentato da un notevole disegno raffigurante La strage degli innocenti. La particolarità dell'opera non risiede solamente nella qualità, ma nella sua, fino ad ora, unicità. Infatti è il solo esempio noto di disegno rifinito di Luca Giordano il quale si riteneva passasse direttamente dallo schizzo alla tela. Da questo disegno abbiamo avuto la fortuna di risalire allo schizzo (Londra, Victoria and Albert Museum) ed al dipinto finale (già Londra, Galleria Heim) che apparteneva al principe di Avellino, addivenendo così alla certezza che, almeno in un caso, il pittore ha seguito le procedure pittoriche tradizionali. Sono particolarmente interessanti le due rare Vedute ideate di Leonardo Coccorante, pittore che solo da qualche tempo si è iniziato a studiare; di bella qualità i paesaggi di Michele Pagano, altro paesaggista la cui conoscenza non è ancora completa. La natura morta di fiori è rappresentata da un altrettanto raro Gaspare Lopez. Difficili da valutare sono quattro paesaggi, catalogati come di autore napoletano (?) del XVIII secolo, in quanto, per due delle tele, si tratta di copie con varianti di paesaggi del pittore veneto Giuseppe Zais, mentre le rimanenti due presentano una commistione di motivi napoletani e veneti. Un gruppetto di vetri dipinti, di qualità non omogenea, è esempio non frequente, anche per la fragilità del materiale, di una attività pittorica particolarmente diffusa nel XVIII secolo. Tranne Il ratto di Europa, che si distacca dal gruppo per le maggiori dimensioni ed una più alta qualità che fanno ipotizzare un'opera autonoma, i restanti vetri potrebbero aver fatto parte della decorazione di scrittoi e stipi, come abbastanza consueto a partire dal XVII secolo.

Due piccole tele raffiguranti
Lo Sposalizio mistico di S. Caterina e La Madonna col Bambino riconducono nell'ambito della pittura napoletana di argomento sacro e di grande livello; infatti il Del Po e il De Mura, a cui abbiamo riferito i dipinti sono, dopo il Solimena, tra i maggiori rappresentanti della pittura napoletana settecentesca. A conclusione di questa rapida panoramica che ha cercato di mettere a fuoco i valori e le singolarità artistiche presentati dalle opere del Museo, segnaliamo due tele di Carl Ruthart, pittore di formazione fiamminga e poi monaco celestino, che non abbandonò l'arte dopo i voti, ma si dedicò ad ornare le chiese del suo ordine (S. Eusebio a Roma e S. Maria di Collemaggio a L'Aquila), tele custodite nel palazzo municipale e raffiguranti due episodi delIa vita di S. Pietro Celestino.

Fiorenza Rangoni

Nell'immagine: Giacinto Diano (1731-1803/4), Apoteosi di Psiche (part.)

       
   
   
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