L'Aquila agli inizi del sec. XVI



La costruzione del forte dell'Aquila avvenne in quegli anni tumultuosi all'inizio dell'età moderna che videro l'Italia ridotta ad oggetto di contesa e campo di scontro delle mire egemoniche di Francia e Spagna.

Sorta alla meà del sec. XIII, sotto il regno di Federico II o, più probabilmente, del figlio di lui Corrado IV, L'Aquila aveva acquistato rapidamente una notevolissima importanza nella vita politica ed economica del Regno di Napoli. Nel '400, l'età aurea della storia della città, questa ascesa aveva raggiunto il suo culmine: alla cospicua prosperità economica, dovuta soprattutto al commercio della lana e dello zafferano, aveva corrisposto un'intensissima vita culturale ed artistica.

Inserendosi con abile gioco diplomatico negli interminabili conflitti di successione del Regno Angioino, la città aveva accresciuto i propri privilegi e consolidato la propria autonomia difendendola vittoriosamente anche con la forza delle armi.


In questo periodo L'Aquila era, dopo Napoli, la città più importante del Regno. Le sue relazioni commerciali si estendevano fino a Firenze, Genova e Venezia ed alle città della Francia, delle Fiandre e della Germania. Ma alla fine del sec. XV e all'inizio del successivo, come era già avvenuto ad altri comuni italiani, attraversava un periodo di crisi politica ed economica legato in parte al conflitto di interesse con i centri del contado, sui quali la città esercitava una pesante oppressione di tipo feudale, ed in parte alla sfortunata partecipazione alla ribellione dei baroni contro la Monarchia Aragonese (1485).

Il contraccolpo delle vicende belliche della prima metà del sec. XVI avvia la città ad una rapida decadenza.

Nel 1503, con l'ingresso in città delle truppe di Pompeo e Fabrizio Colonna, comincia il periodo della dominazione spagnola che durerà due secoli. Per qualche tempo, tuttavia, fino a quando la monarchia spagnola non chiuderà definitivamente la partita con la Francia per il possesso del Regno di Napoli, L'Aquila potrà mantenere una parvenza di autonomia. Gli spagnoli hanno lasciato le redini della città nelle abili mani di un avventuriero, Ludovico Franco, conte di Montorio, che riesce a stabilizzare la propria signoria fino al 1520. Un periodo di relativa tranquillità che avrà presto termine.


La peste del 1526 apre la serie delle catastrofi. L'anno successivo giungono in Abruzzo le truppe francesi del Lautrec alle quali, fuggiti gli Spagnoli, la città è costretta a capitolare, e le indisciplinate "Bande Nere" di Orazio Baglioni che si abbandonano al saccheggio.

Nel 1528, mentre nell'Italia settentrionale si affrontano le forze contrapposte di Francesco I di Francia e dell'imperatore Carlo V, L'Aquila è di nuovo in possesso degli Spagnoli che la fanno presidiare da una guarnigione mercenaria comandata da Sciarra Colonna. Essa esaspera la popolazione con richieste di tributi, spoliazioni e angherie. Il 31 dicembre 1528 divampa nel contado una sanguinosa rivolta provocata dalle prepotenze spagnole sui ceti rurali poveri, ridotti alla fame dalla crisi economica determinata dal continuo passaggio di truppe. La guarnigione spagnola, decimata dai contadini inferociti, è costretta a fuggire precipitosamente. Il giorno successivo i contadini in armi entrano in città. Fuggiti i rappresentanti del governo spagnolo, sopraggiungono i figli del Conte Ludovico Franco che assumono il comando della ribellione, dando ad essa un chiaro colorito politico antispagnolo: vengono innalzate le bandiere di Francia. Un mese più tardi giunge la durissima repressione spagnola: il Viceré di Napoli Filiberto d'Orange marcia sulla città e la costringe alla resa. A durissimo prezzo gli aquilani possono salvarsi dal minacciato saccheggio: alla città ribelle è imposta una taglia di 100.000 ducati e una tassa annuale per la costruzione di un forte. Oltre a dover sopportare queste sanzioni pecuniarie la città viene privata del proprio contado, dato in feudo ai capitani dell'esercito spagnolo. La taglia imposta dal Principe d'Orange esaurisce interamente le risorse economiche degli Aquilani: per reperire la somma necessaria a farvi fronte essi sono costretti a spogliare le chiese delle suppellettili liturgiche e degli ornamenti in argento, comprese le preziose casse che racchiudevano i corpi di S. Bernardino da Siena e di San Pietro Celestino.


In seguito alla rivolta antispagnola del 1528-29, per ordine di Filiberto d'Orange, sorse un fortilizio, una "castellina" bastionata in assi, fascine e terra, nel locale di Tempera, sul luogo più elevato della città. Per far posto alla costruzione furono demolite 47 abitazioni di privati cittadini, varie chiese ed un convento.

Morto il Principe d'Orange durante l'assedio di Firenze, nel 1532 diviene Viceré a Napoli don Pedro di Toledo. Questi, nel quadro di un piano generale di riorganizzazione del sistema difensivo del Regno, definitivamente assegnato alla Spagna dal Trattato di Cambrai, ordina la costruzione di un poderoso castello sul luogo del precedente fortilizio provvisorio. Allo scopo è chiamato all'Aquila un architetto militare spagnolo tra i più celebri del tempo, Pirro Aloysio Scrivà.

Nato a Valenza intorno al 1498, venuto in Italia all'età di circa vent'anni, questi era divenuto amico del duca di Urbino Francesco Maria I; partecipando in prima persona alle numerose guerre combattute in Italia in quegli anni, aveva avuto modo di acquisire una ricca esperienza militare e di familiarizzarsi con la nuova tecnica delle fortificazioni imposta dall'uso delle armi da fuoco. Lo Scrivà inizia i lavori del forte aquilano il 30 maggio del 1534 restando per qualche tempo sul posto quasi in continuazione. Nel 1536 lascia L'Aquila, dove probabilmente non fa più ritorno, perché chiamato a Napoli per l'edificazione del Castello di Sant'Elmo. Nella realizzazione del progetto e nella direzione dei lavori è sostituito da Gian Girolamo Scrivà, forse un suo parente e, dal 1542, da Giovanni Giacomo dell'Acaja.


Sulle vicende della costruzione, sui sacrifici sostenuti dalla città per provvedervi, siamo informati dai documenti degli archivi dell'Aquila e di Napoli. Essa costò circa 400.000 scudi: questa somma gravò su tutta la popolazione. Il Viceré di Toledo giunse al punto di ordinare la requisizione delle campane delle chiese che furono fuse e trasformate in cannoni.

I lavori continuarono fino al 1567; in quella data la Regia Udienza di Napoli, accogliendo parzialmente le lagnanze degli aquilani, sospendeva la costruzione, sollevando la città dal relativo onere finanziario divenuto insostenibile. In quell'anno la parte strettamente militare della costruzione, cioé fossato, cortine e bastioni, e l'ala con porticato a doppia loggia sul lato dell'ingresso dovevano essere state ultimate.


Lo scopo di una fortificazione così imponente all'Aquila non era soltanto quella di reprimere "l'audacia degli aquilani", come si leggeva in una iscrizione oggi perduta, ma rientrava nel piano generale di difesa del Regno di Napoli posto in atto da don Pedro di Toledo. Gli spagnoli infatti, oltre a premunirsi dall'insidia interna delle ribellioni delle popolazioni assoggettate, dovevano fronteggiare la minaccia, sempre presente fino al 1559, delle incursioni francesi. Gli eserciti francesi irruppero nell'Italia settentrionale nel 1536, 1542, 1544 e nel 1556 giunsero ad assediare la fortezza di Civitella del Tronto. Esisteva nel contempo la minaccia di attacchi della flotta turca sulle coste. Di qui la necessità di costruire fortificazioni lungo i confini del Regno e i litorali. Particolare importanza strategica aveva il controllo della "Via degli Abruzzi", attraverso la quale il nord Italia era collegato a Napoli: proprio per questa via l'incursione francese del 1527 aveva trovato troppo facile ed incontrastato passaggio. La collina su cui sorge L'Aquila, in posizione dominante sulla valle dell'Aterno, si prestava particolarmente a bloccare la marcia di un eventuale invasore lungo questa via.

A partire dalla seconda metà del sec. XV si verifica un considerevole cambiamento nella morfologia delle fortificazioni in conseguenza dell'impiego diffuso e perfezionato delle artiglierie da fuoco a palla metallica.

Nel Medioevo, data la scarsa efficacia delle artiglierie da lancio (catapulte, baliste), si costruivano muraglie e torri il più possibile verticali e alte, anche per evitare il pericolo di scalate. Le sorti dell'assedio spesso erano decise da battaglie campali conseguenti a sortite degli assediati; oppure, una volta esaurite le scorte alimentari, erano la fame e le epidemie a costringere alla resa città e castelli. La poliorcetica moderna si affida invece soprattutto alle artiglierie e al minamento per aprire brecce nelle muraglie; attraverso le breccie irrompe la fanteria.


Le armi da fuoco, sporadicamente utilizzate fin dagli inizi del sec. XIV, ebbero per lungo tempo un impiego limitato. Difetti costruttivi rendevano le prime canne molto soggette ad esplosioni accidentali e quindi estremamente pericolose per chi le usava. Un notevole passo avanti venne compiuto quando si cominciò a fondere in bronzo le canne dei cannoni. La rudimentalità degli affusti rendeva estremamente lenti e laboriosi gli spostamenti, per cui le artiglierie per lungo tempo furono impiegate esclusivamente in postazioni fisse. Un efficace parco di artiglierie mobili con uso di proiettili metallici a sostituzione di quelli in pietra fa la sua comparsa in Italia soltanto con la discesa di Carlo VIII. Fortificazioni ritenute inespugnabili sono costrette a capitolare in poche ore dal bombardamento delle artiglierie francesi. Di qui la necessità di adeguare la tecnica delle fortificazioni all'effetto devastante della nuova arma.

Ciò comporta in primo luogo la rinuncia alla difesa piombante delle mura, cioé quella esercitata dall'alto degli spalti per lo più manualmente per gravità. Infatti gli apparati necessari a tale tipo di difesa, come le merlature in aggetto sostenute da beccatelli, divengono del tutto inutili e addirittura dannose di fronte alla potenza del cannone che li distrugge facilmente riducendoli in micidiali schegge. I merli vengono sostituiti da merloni, cioé porzioni di cimasa capaci per spessori e forma di resistere al tiro di cannoni e deviarlo. Le sezioni murarie si ispessiscono, le torri si livellano alla stessa quota delle cortine, il profilo si abbassa per schivare i colpi, le muraglie tendono a disporsi a scarpa per rendere obliqua l'incidenza del tiro nemico e deviarlo verso l'alto. Con il tramonto della difesa piombante, assume importanza il tiro di fiancheggiamento studiato per battere l'intero curcuito delle cortine ed impedire l'irruzione degli assalitori attraverso una eventuale breccia aperta dall'artiglieria. Le torri si trasformano in baluardi a pianta pentagonale raccordati alle cortine da spalle a volte squadrate e a volte rotondeggianti, le quali ultime nascondono un "fianco ritirato" nel quale sono alloggiati i pezzi "traditori", destinati al fuoco di fiancheggiamento. Per ridurre i danni causati dalle esplosioni di mine le muraglie ospitano gallerie di contromina e sfogatoi verticali per l'evacuazione dei gas di scoppio.

Buona parte di queste innovazioni si trovano applicate dallo Scrivà nell'edificazione del forte dell'Aquila, uno degli esempi più cospicui della rinnovata architettura militare italiana.